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  Selva quota 7000

2010-02-21  

È arrivato a 6.962 metri di quota lo stemma del Comune di Selva di Progno, portato nello zaino da Claudio Gaiga, giovane concittadino con la passione della montagna e alla sua prima esperienza extraeuropea. È salito sulla più alta delle cime andine, fra Argentina e Cile, che è anche il «tetto» del continente americano (e la più elevata dell'emisfero meridionale, e seconda solo all'Everest per dislivelli), lo scorso mese di gennaio, aggregato alla spedizione del fortissimo alpinista bresciano Silvio Mondinelli, detto «Gnaro», che ha già al suo attivo tutti i 14 Ottomila senza ossigeno.
«L'ho conosciuto casualmente tramite una mia zia e quando l'ho incontrato la prima cosa che gli ho chiesto è stato come fare per entrare nel giro delle spedizioni alpinistiche intercontinentali. Così mi ha buttato lì la proposta di salire con lui sull'Aconcagua, cima che aveva già calcato nel 1997 per tre volte in quattro giorni», racconta Claudio.
Tutt'altro che semplice, comunque la vetta andina, perché anche Claudio ha potuto sperimentare di persone le difficoltà dell'altitudine e i rischi della variabilità del clima, con persone di altre spedizioni soccorse per congelamenti o edema polmonare. Appena ventiquattrenne, era anche il «bocia» del gruppo formato oltre che dal capospedizione «Gnaro» Mondinelli, da Anna Monari, guida alpina di Alagna, da Enrico Dalle Rose, docente universitario alla Cattolica di Milano, e da Corrado Pesci, imprenditore e figlio dell'attrice Virna Lisi.
Anche Claudio, che è impresario edile e socio della sezione Cai di San Bonifacio, non è un alpinista di professione e l'arrampicata è una scoperta recente: «Mi è sempre piaciuto camminare in montagna, a cui mi ha avviato mio padre, e il Carega è la mia palestra di casa, frequentata con gli amici Alberto, Antonello, Michele e Tarcisio, ma non avevo mai pensato fino a un anno fa di vivere un'impresa alpinistica del genere», racconta, anche perché con il suo lavoro gli unici momenti per allenarsi sono il sabato e la domenica.
Secondo le stagioni lo si vede di corsa a piedi, in bici, con gli sci di fondo o gli ski-roll. Nell'ultimo anno è stato sul Monte Bianco, sul Gran Paradiso e sul Rosa, le cime più elevate per prendere confidenza con l'altitudine. È l'insidia più temuta e che si è fatta sentire anche sull'Aconcagua: «Passando dal secondo al terzo campo base, a 5.300 metri, dopo aver montato le tende e aver mangiato sono cominciati mal di testa e nausea. Mi sono infilato nel sacco a pelo e ho impiegato venti minuti per ingoiare un biscotto. In quelle condizioni non potevo stare e ho approfittato della discesa di un portatore per affiancarmi a lui e tornare al secondo campo base, mille metri più in basso. Tanto è bastato per rimettermi in sesto e dopo due giorni sono risalito con il proposito di attaccare la vetta perché le notizie davano imminente una nevicata. Siamo partiti alle 2.30 di notte e gli ultimi 200 metri sono stati i più terribili: basti considerare che ho impiegato un'ora solo per gli ultimi cento metri, ma il pensiero della famiglia, del paese di cui ero il primo a calcare quelle pietre è stato la mia forza e arrivato in cima a mezzogiorno ho pianto di gioia», confessa.
La speranza adesso è che si ripeta un'altra occasione del genere, magari questa volta all'assalto di un Ottomila: «Con Mondinelli lo farei volentieri, perché è una persona stupenda, genuina, capace di consigliare per il meglio, che non rischia oltre il possibile e che ammette di avere paura quando le condizioni diventano proibitive. Mi voglio impegnare per la sua associazione Amici del Monte Rosa che sta lavorando a progetti di solidarietà per la popolazione del Nepal e la serata che organizzerò prossimamente a Selva per raccontare la mia avventura sull'Aconcagua avrà anche questo obiettivo», annuncia.

l'Arena di Verona 18.02.2010



massimo

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